Diabete. Primo Rapporto civico di Cittadinanzattiva

Diabete. Primo Rapporto civico di Cittadinanzattiva

Diabete. Primo Rapporto civico di Cittadinanzattiva: “Le Regioni procedono in ordine sparso, mentre i pazienti sono schiacciati dalla troppa burocrazia”

Ci sono differenze regionali anche in presenza di un Piano nazionale diabete, con disuguaglianze nella organizzazione dei servizi, messa a punto ed erogazione dei Pdta, imposizione del ticket e  controllo dei tempi di attesa. Anche l’innovazione è a macchia di leopardo. È quanto emerso dal Rapporto “Diabete: tra la buona presa in carico e la crisi dei territori” presentato oggi a Roma LA SINTESI DEL RAPPORTO

28 MAR – Usurati dalla burocrazia, sottoposti a lunghe attese e a contrastare continue difficoltà nella vita quotidiana, soprattutto a scuola e nel passaggio all’età adulta. Anche un semplice rinnovo della patente o ottenere un permesso lavorativo può complicare la vita.
È un cammino spesso in salita quello dei malati di diabete, persone responsabili, attente ai controlli periodici e pronte ad informarsi sulla propria patologia. Persone per le quali nascere in una Regione piuttosto che in un’altra può fare la differenza: le Regioni procedono infatti in ordine sparso anche in presenza di un Piano nazionale diabete, con differenze rilevanti nella organizzazione dei servizi, nella messa a punto ed erogazione dei percorsi diagnostici, terapeutici ed assistenziali, nella imposizione del ticket e nel controllo dei tempi di attesa con cui sono erogati i controlli.

A scattare la fotografia della gestione della patologia diabetica, l’attuazione del Piano nazionale Diabete e le esperienze dei pazienti, è il primo Rapporto civico “Diabete: tra la buona presa in carico e la crisi dei territori”, presentato oggi da Cittadinanzattiva, con il contributo non condizionato di Abbott.

L’indagine, messa a punto da un tavolo di esperti ha coinvolto, tramite questionari online, 4.927 pazienti e 245 professionisti sanitari di tutta Italia, 15 le Regioni che hanno collaborato compilando il questionario messo a punto da Cittadinanzattiva e dal tavolo di lavoro multistakeholder: Abruzzo, Basilicata, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Lombardia, Marche, Molise, Piemonte, Puglia, Sardegna, Toscana, Trentino Alto Adige (Provincia autonoma di Bolzano, Provincia Autonoma di Trento), Valle d’Aosta, Veneto. Il progetto ha visto il coinvolgimento di 10 organizzazioni professionali, sindacali e società scientifiche e 5 associazioni di persone con diabete*.

“A distanza di sei anni dall’approvazione del Piano nazionale sulla Malattia diabetica c’è ancora molto da fare per la piena e concreta attuazione dei diritti delle persone con diabete – ha dichiarato Tonino Aceti, coordinatore nazionale del Tribunale per i diritti del malato e responsabile nazionale CnAMC di Cittadinanzattiva – sono troppe e insopportabili le disuguaglianze regionali nell’accesso ai servizi e alle vere innovazioni tecnologiche. Approvare Piani nazionali, recepirli formalmente con Delibere regionali e varare Pdta non è sufficiente, serve maggiore e costante attività di verifica sostanziale da parte del Ministero della Salute e delle Regioni sulla loro concreta attuazione, per assicurare cambiamenti nella vita quotidiana delle persone su tutto il territorio nazionale. Su questo punto bisogna davvero cambiare passo perché quando dalle parole si è passati davvero alle azioni, i cittadini ne hanno visto i risultati”.

È inaccettabile, ha poi aggiunto Aceti “che ancora quasi la metà dei pazienti sia obbligato a prenotarsi autonomamente visite ed esami di controllo. I centri di diabetologia, oggi in forte affanno, vanno rafforzati e integrati con i servizi territoriali. Per aumentare la capacità di risposta del Ssn bisogna valorizzare di più la figura del Medico di Famiglia anche rispetto alla possibilità di prescrivere terapie innovative, come pure le importanti competenze maturate dalla professione infermieristica. Ridurre il peso sui pazienti della burocrazia inutile è una necessità ineludibile, come pure affrontare e risolvere definitivamente il problema della somministrazione dei farmaci a scuola che ancora oggi obbliga intere famiglie a farsi carico in prima persona e tutti i giorni di quest’attività”.

Cosa dicono le persone con diabete. Le persone che hanno partecipato alla indagine sono affette in grande maggioranza (72,8%) da diabete di tipo 1, prevalentemente in età lavorativa attiva (40-64 anni) o genitori di bambini o ragazzi (17,5%).Sono persone responsabili ed esperte nella gestione della malattia, che effettuano le necessarie visite di controllo (il 65% ha consultato almeno una volta nell’ultimo anno un oculista ed il 40% un cardiologo) e tutti gli esami diagnostici necessari, e che svolgono regolarmente attività fisica (56,6%). Infatti, solo il 6% è dovuto ricorrere ad un ricovero ospedaliero ed oltre la metà non ha avuto complicanze nell’ultimo anno. Solo al 20,3% sono stati garantiti corsi sulla gestione della patologia e il 62% fa da tramite tra il medico di medicina generale e lo specialista per garantire l’integrazione.

Si attende anche un anno per la prima visita diabetologica e un anno e mezzo per quella endocrinologica. E accade anche che i pazienti siano costretti a fare centinaia di chilometri per la visita di controllo al centro diabetologico e per un colloquio che in molti casi dura solo pochi minuti e non sempre con lo stesso specialista. La maggior parte (più del 47%) deve prenotare autonomamente le visite o gli esami di controllo; in egual percentuale deve ricordare tutte le visite da solo non essendoci un sistema di calendarizzazione degli appuntamenti.
Chi fa uso di dispositivi innovativi per la gestione del diabete (40%) lo fa per lo più a proprie spese, ad esempio il 49,6% acquista i sensori per la glicemia privatamente, con lo smacco per di più che lo stesso dispositivo risulta essere gratuito in altre Regioni italiane.

Le differenze regionali non finiscono qui: il 21,8% paga un ticket sui farmaci; il 76,6% non ha accesso al numero necessario di strisce o sensori per limitazioni nella prescrizione.
Solo il 12% afferma di essere inserito in un Percorso diagnostico, terapeutico ed assistenziale (Pdta): laddove questo avviene ha degli effetti estremamente positivi sulla qualità di cura e di vita della persona, che riscontra un maggiore controllo della patologia, più informazione ed ascolto e un accompagnamento reale nella cura.

Se la persona con diabete è un bambino, oltre ai disservizi già citati, incontra difficoltà nei servizi sanitari ma anche nella vita scolastica. Il 15% dei piccoli è curato in un centro per adulti. Per il 62% dei genitori il servizio nella mensa scolastica non è adeguato, il 78% dichiara che il proprio figlio non ha partecipato, nell’ultimo anno, a corsi per la promozione dell’attività fisica, il 64% non ha ricevuto sostegno psicologico. Spesso si sconta, in ambito scolastico e in altri aspetti della vita del bambino come lo sport, una vera e propria forma di discriminazione.

Rispetto alla vita quotidiana, al di fuori dei servizi sanitari, molte solo le difficoltà e gli ostacoli evitabili. C’è chi rinuncia a rinnovare la patente di guida, specie se costretto a rinnovi frequenti, a causa della lunghezza e complessità delle procedure, oltre che per i costi privati da sostenere. C’è chi rinuncia a chiedere il riconoscimento della legge 104, necessario per avere i permessi lavorativi e curarsi; c’è chi si confronta con distanze, procedure ed orari poco compatibili per ritirare farmaci e dispositivi dalle farmacie. Inoltre, c’è chi deve mettere mano al portafoglio, spendendo in media 867 euro l’anno e fino ad oltre tremila euro l’anno per presidi non riconosciuti, visite ed esami, spostamenti per la cura, ecc..

Il quadro delle Regioni. Nonostante il Piano nazionale Diabete del 2012 sia stato formalmente adottato da tutte le Regioni, il quadro su modalità e strumenti di gestione della patologia diabetica risulta estremamente variegato. Fra le 15 Regioni che hanno partecipato alla indagine, ci sono alcune, come la Lombardia, che conoscono esattamente quanti pazienti diabetici, di tipo 1 e di tipo 2, sono presenti, suddividendoli per complessità e per voci di spesa, ed altre Regioni, come l’Abruzzo, che non hanno cognizione né di quanto spendono, né a quanto ammontano i fondi stanziati per la cura del diabete.

In 12 regioni/provincie autonome su 15 esiste un Pdta regionale sul diabete in Abruzzo, Basilicata, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Molise, Piemonte, Toscana, Trentino Alto Adige, Valle d’Aosta e Veneto, ma a fornire un dato sulla percentuale di pazienti inseriti nel percorso sono sei: Friuli Venezia Giulia, Lazio, Piemonte, Toscana, Valle d’Aosta e Veneto. Piemonte e Marche hanno organizzato i servizi diabetologici secondo il modello Hub e Spoke, la Lombardia adotta un suo particolare modello. Solo Toscana, Piemonte, Marche e, in parte Basilicata, conoscono la distribuzione dei pazienti nelle diverse strutture.

Ancora, in nove su 15, tra provincie autonome e regioni, esiste un Piano attuativo del Piano Nazionale Diabete in Abruzzo, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Marche, Piemonte, Sardegna, Toscana, Provincia Autonoma di Trento e Veneto; più basso il numero di quello che ne monitorano l’attuazione (rispondono negativamente o non rispondono Marche, Sardegna, Provincia autonoma di Trento).
Solamente nel Lazio, in Piemonte e Veneto sono presenti centri di primo livello che vedono la presenza del Medico di Medicina Generale.

Esistono centri prescrittori specifici per tecnologie o farmaci innovativi in Basilicata, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Molise, Sardegna, Toscana, Trentino Alto Adige, Veneto.
Conoscono i tempi di attesa per la prima visita diabetologica solamente Friuli Venezia Giulia, Toscana, Trentino Alto Adige e Valle d’Aosta.

Sul lato informatizzazione, le Regioni che hanno un registro dei pazienti sono: Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Marche, Piemonte, Toscana, Provincia Autonoma di Trento, Valle d’Aosta ed Veneto. Non sono state attivate esperienze di telemedicina in Liguria, Lombardia, Molise, Piemonte, nella Provincia Autonoma di Bolzano e in Valle d’Aosta.

Anche la prescrizione di farmaci e dispositivi varia da Regione a Regione e non tutte, ad esempio, hanno deliberato circa l’accesso a dispositivi come i sensori come nel caso di Abruzzo, Molise, Puglia, Provincia Autonoma di Bolzano. È presente il ticket sui farmaci in Friuli Venezia Giulia, Lazio, Lombardia, Puglia e Veneto.

Anche per la gestione del bambino con diabete le differenze sono evidenti. In Basilicata, ad esempio, non esiste una presa in carico del paziente in età evolutiva in strutture di secondo/terzo livello specialistiche pediatriche, nel Lazio si sta sviluppando un PDTA per il diabete in età pediatrica, in Toscana esistono 9 centri dedicati ai piccoli pazienti. Ancora, esistono dei protocolli di transizione strutturata dalla gestione del centro pediatrico a quello dell’adulto e dal pediatra al medico di medicina generale in Abruzzo, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Marche, Piemonte, Toscana, Trentino Alto Adige e Veneto.

Linee di indirizzo per le mense scolastiche sono state elaborate in Abruzzo, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Piemonte, e Veneto. Non esistono protocolli di coinvolgimento per il trattamento della ipoglicemia e per la somministrazione di farmaci a scuola in Basilicata, Liguria, Lombardia, Molise e Provincia Autonoma di Bolzano. Non sono stati realizzati nell’ultimo anno a livello regionale e/o aziendale eventi dedicati all’educazione strutturata dei bambini/ragazzi e famiglie (per esempio campi educativi, ecc.), in Basilicata, Liguria, Lombardia, Molise, Puglia, Sardegna.

28 marzo 2018

Infermieri, i cittadini valutano positivamente il loro lavoro. I risultati dell’Osservatorio di Cittadinanzattiva e Fnopi

Infermieri, i cittadini valutano positivamente il loro lavoro. I risultati dell’Osservatorio di Cittadinanzattiva e Fnopi

Gli infermieri forniscono ai cittadini informazioni chiare e comprensibili e li supportano nella gestione della patologia. Ma, agli occhi del paziente, appaiono spesso impegnati anche in eccessive attività burocratiche e di conseguenza molti vorrebbero più infermieri a disposizione per l’assistenza. La gran parte dei cittadini inoltre accoglierebbe con favore l’istituzione degli infermieri di famiglia ed […]

Gli infermieri forniscono ai cittadini informazioni chiare e comprensibili e li supportano nella gestione della patologia. Ma, agli occhi del paziente, appaiono spesso impegnati anche in eccessive attività burocratiche e di conseguenza molti vorrebbero più infermieri a disposizione per l’assistenza. La gran parte dei cittadini inoltre accoglierebbe con favore l’istituzione degli infermieri di famiglia ed anche la presenza degli stessi all’interno delle scuole. I cittadini sanno che sono professionisti laureati, che sono loro a fare il triage al pronto soccorso, ma sono meno informati del ruolo dell’infermiere nell’educazione su stili di vita e gestione delle patologie.

Sono questi alcuni dei risultati dell’Osservatorio civico sulla professione infermieristica, promosso da Cittadinanzattiva-Tribunale per i diritti del malato insieme alla FNOPI (Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche), e presentati in occasione del Congresso nazionale FNOPI. L’indagine, con l’obiettivo di raccogliere l’esperienza dei cittadini nel loro rapporto con la figura professionale dell’infermiere, è stata condotta attraverso 34 sedi territoriali del Tribunale per i diritti del malato dislocate in 15 Regioni, e attraverso la collaborazione di: AISLEC, ALICE ITALIA, AMRI, ANIMO, ASBI, ASSOCIAZIONE PAZIENTI BPCO, FNOPI Roma, GFT (Gruppo Formazione Triage) e UILDM. La rilevazione conta su 1895 cittadini intervistati.

«Per i cittadini il lavoro svolto dagli infermieri è decisamente positivo e anche per questo li considerano una risorsa sulla quale il Servizio Sanitario Nazionale può e deve investire di più al fine di garantire maggiore accesso, qualità e sicurezza delle cure. Servono più infermieri, in particolare nei servizi sanitari territoriali, più tempo dedicato all’assistenza e meno alla burocrazia. Ma soprattutto serve che anche le Istituzioni riconoscano sempre di più le competenze e il contributo che la professione infermieristica può garantire all’innovazione organizzativa e quindi alla sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale». Queste le dichiarazioni di Tonino Aceti, Coordinatore Nazionale del Tribunale per i diritti del malato di Cittadinanzattiva, che continua: «Blocco del turn over, blocco dei contratti, tempari e minutaggi sono state le principali leve del governo del personale sanitario del SSN messe in atto in questi anni, ma che ora bisogna superare se si vuole dare risposte ai bisogni e alle criticità segnalate dai cittadini. È necessario che nel disegno dell’organizzazione dei servizi sanitari e nella progettazione e implementazione delle tecnologie sia garantito il coinvolgimento dei professionisti sanitari e dei cittadini, al fine di ridurre il rischio di inefficienze e aumentare le capacità di risposta del sistema. Anche se i risultati di questo Osservatorio Civico ci restituiscono una bella fotografia del lavoro svolto dagli infermieri, l’obiettivo è mettere a punto ed attuare le azioni di miglioramento necessarie. Proprio su questo si concentrerà l’impegno e la collaborazione, già nelle prossime settimane, tra il Tribunale per i diritti del malato-Cittadinanzattiva e la FNOPI».

I RISULTATI DELL’OSSERVATORIO

In 4 casi su 5 i cittadini riconoscono facilmente gli infermieri tramite elementi identificativi e vedono tutelata la propria privacy nel 70% delle situazioni. Gentilezza e cortesia durante l’assistenza viene riferita nell’88% dei casi, mentre valori più bassi si riscontrano su “empatia” e disponibilità all’ascolto che comunque si riscontrano nel 72%  dei casi. Solo 1 infermiere su 5 non ha dedicato il tempo necessario per informare e rispondere ad eventuali domande del cittadino/paziente contro l’80% degli infermieri che ha fornito informazioni chiare e comprensibili. Prima di esami, terapie e trattamenti, il professionista ha spiegato cosa stava per fare nel 72% dei casi e, di fronte a ritardi o problemi organizzativi, nella metà delle situazioni ha informato per tempo e aggiornato il cittadino.

Fuori dall’ospedale, circa 3 cittadini su 5 affermano di essere stati supportati dall’infermiere a gestire la patologia ed i trattamenti, riferendo inoltre, in almeno 1 caso su 2, come il professionista abbia organizzato il calendario delle visite e dei successivi esami (55%). C’è ancora da lavorare sulla formulazione del piano di assistenza mirato alla persona e ai suoi bisogni che, in quasi 2 casi su 5 (39%), non vede protagonista attivo l’infermiere.

Poco meno della metà dei cittadini conferma che l’infermiere di riferimento si è attivato per fornire orientamento nell’accesso ad eventuali altri servizi, garantendo continuità di assistenza tra ospedale e territorio. Più in generale 1 infermiere su 2 (54%) risponde ai bisogni assistenziali della persona, compresi quelli psicologici e sociali.

Il 65% circa dei cittadini constata come l’infermiere abbia lavorato in modo coordinato ed integrato con medici ed altri professionisti sanitari, tuttavia viene segnalato che quasi 1 infermiere su 4, indagata la presenza di dolore, non si è coordinato con altri professionisti, per gestirlo in modo tempestivo.

Durante l’assistenza infermieristica, quattro su cinque si sentono molto o abbastanza sicuri; mentre resta un 17% circa che non ha avuto questa stessa sensazione.

Il 52% circa dei cittadini, inoltre, reputa insufficiente il numero degli infermieri e ne chiede un potenziamento per evitare che i carichi burocratici, che quasi un paziente su due vede pesare eccessivamente sugli infermieri, incidano negativamente su qualità e sicurezza dell’assistenza.

Non solo in ospedale. Più infermieri sul territorio: 3 cittadini su 5, ovvero il 78% riterrebbe utile poter scegliere e disporre di un infermiere di famiglia come si fa con il medico, in particolar modo (80%) per poterlo consultare in caso di lesioni da decubito. Infine, l’84% accoglierebbe volentieri un infermiere nei plessi scolastici.

Cosa sanno i cittadini degli infermieri. Gli intervistati sono consapevoli (79% circa) che per diventare infermiere occorre la laurea; circa uno su due (53%) sa che si tratta di una professione sanitaria che opera in autonomia e non più ausiliaria di quella medica. Buona la conoscenza dell’infermiere che opera in ambito palliativo, preventivo, curativo e riabilitativo (71%) così come l’83% sa che tra le competenze infermieristiche c’è anche quella di valutare la gravità del caso e assegnare il codice di priorità al Pronto Soccorso. Tra le competenze dell’infermiere che si conoscono meno ci sono: educazione sanitaria (44%); supporto all’autogestione delle persone con malattie croniche/rare (37%); supporto per l’aderenza alle terapie (32%); orientamento ai servizi (44%).

Consenso informato. Cittadinanzattiva presenta le “raccomandazioni civiche”

Consenso informato. Cittadinanzattiva presenta le “raccomandazioni civiche”

L’obiettivo dell’iniziativa è quello di rendere effettivo il Diritto al Consenso previsto dalla Carta Europea dei diritti del malato di Cittadinanzattiva, anche alla luce delle recenti leggi sul consenso informato e sulle disposizioni anticipate di trattamento, nonché sulla sicurezza delle cure e sulla responsabilità professionale del personale sanitario.

16 FEB – Stando ai dati dell’ultimo rapporto Pit Salute, una persona su cinque fra quelle che hanno segnalato “difficoltà di accesso alla informazione ed alla documentazione sanitaria”, ha riscontrato difficoltà o problemi con il consenso informato. I cittadini raccontano di sentirsi disorientati o di nutrire dubbi rispetto all’intervento a cui dovranno sottoporsie, perché viene loro lasciato troppo poco tempo tra la consegna del modulo e l’esecuzione della prestazione; i Moduli di Consenso Informato risultano difficili da comprendere, ostici, troppo lunghi e tecnici. Vorrebbero ricevere più informazioni per poter scegliere e capire cosa accadrà.

La carenza di informazione, la mancata cura del percorso di consenso informato possono generare nei cittadini il dubbio di essere stati vittime di errore sanitario. Questo emerge dalla consulenza medico legale per casi di sospetta malpractice giunti nel 2016 alle sezioni del Tribunale per i diritti del malato. In un caso su tre, l’analisi della documentazione mostra un nesso di causalità, confermando quanto segnalato dal cittadino; nel 65% questo non è rilevabile, anche per carenze nella documentazione sanitaria. Ciò che può spingere erroneamente il cittadino a ritenere di essere vittima di malpractice è in un caso su tre la carenza di informazione, oppure incomprensione (35%), o scarsa umanizzazione (33%)

Il Rapporto sulla Cartella clinica di Cittadinanzattiva, inoltre, mostra che nell’80% delle cartelle cliniche il consenso è presente; che nella maggior parte dei casi risulta leggibile in ogni sua parte (77,5%); non contiene dettagli tecnici sul tipo di intervento (68,3%), sui rischi e sulle complicanze (56,1%), sulla prognosi post trattamento (85,4%) e sulle alternative terapeutiche (87,8%).

“Con questa iniziativa – spiega Tonino Aceti,Coordinatore nazionale del Tribunale per i diritti del malato di Cittadinanzattiva – vogliamo rilanciare l’impegno del Tribunale per i diritti del malato di Cittadinanzattiva su un tema, quello del diritto al consenso, che qualifica la relazione ed il rapporto di fiducia tra cittadini, professionisti sanitari e Servizio Sanitario Nazionale. Esprimere un consenso davvero informato dovrebbe rappresentare un momento specifico di un più ampio processo di comunicazione e ascolto tra professionisti e cittadini. Un processo che dovrebbe essere dinamico e continuativo, e non al contrario esaurirsi con la sola firma di un modulo come purtroppo in alcuni casi accade oggi”.

“Comunicazione, cura della relazione e consenso davvero informato rappresentano strumenti per garantire un ruolo attivo della persona nel percorso di cura – prosegue Aceti -, per prevenire e gestire il rischio clinico, per ridurre il contenzioso e quindi contribuire alla sostenibilità del Ssn, oltre che per ridurre le asimmetrie informative. Nonostante per legge il tempo della comunicazione sia considerato vero e proprio tempo di cura, esistono decisioni assunte da alcune Regioni e Aziende sanitarie che vanno esattamente nel senso opposto come i cosiddetti tempari e il minutaggio del personale. La sfida è dare all’interno delle organizzazioni sanitarie sostanziale dignità ed effettività al tempo della comunicazione e dell’ascolto. Per questo chiediamo al Ministero della Salute di realizzare una Raccomandazione Ministeriale sui requisiti di qualità del percorso di acquisizione del consenso informato e la relativa attivazione di un gruppo di lavoro che coinvolga anche organizzazioni di cittadini e pazienti, Società Scientifiche, Ordini Professionali, esperti sul tema”.

“Il consenso informato è un diritto/dovere del malato, una norma di buon senso e un principio giuridico che trova fondamento nella Costituzione e in numerose Convenzioni e Carte internazionali”. È quanto dichiara Andrea Urbani, Direttore Generale della Programmazione Sanitaria del Ministero della Salute, che aggiunge: “Al di là delle varie norme che ne disciplinano il rispetto, questo principio cardine della cura della salute va onorato nella quotidianità, in quel complesso e dinamico rapporto tra medico e paziente che inevitabilmente riflette il confronto tra decisori politici, comunità scientifica e opinione pubblica”.

“A Cittadinanzattiva – continua Urbani – va il merito di aver promosso un approfondimento di alto livello, un utile contributo alla definizione della corretta attuazione di questo diritto/dovere, con particolare interesse al punto di vista del cittadino-paziente che inevitabilmente interpreta il ruolo più ‘difficile’ della partita. Per questo, il Ministero della Salute garantisce la massima attenzione ai risultati di questo seminario, con l’obiettivo finale – condiviso da tutti – di migliorare le modalità di acquisizione del consenso informato”.

Ecco alcuni degli elementi essenziali per un effettivo percorso di acquisizione di un consenso davvero informato. E’ necessario garantire: spazi dedicati, accoglienti e rispettosi della privacy; tempi adeguati da dedicare alla comunicazione con l’interessato, cui riconoscere anche valore economico nel processo di formazione delle tariffe e della prestazione di percorsi; un dialogo che consenta di esprimere bisogni/aspettative o eventuali incomprensioni oltre che verificare quanto la persona abbia compreso; informazioni complete sull’intero percorso di cura e sulle eventuali implicazioni/limitazioni che l’intervento potrà avere nei vari aspetti della vita quotidiana ecc.; formazione dei professionisti sanitari su relazione, comunicazione e percorso di acquisizione del consenso, sia nel percorso universitario, sia nell’Ecm; organicità ed uniformità nei documenti che raccolgono il Consenso Informato e livelli essenziali di informazione.

Essi dovrebbero contenere: linguaggio semplice, fruibile e comprensibile; alternative possibili rispetto al trattamento consigliato, anche laddove non eseguibile nella struttura, comprese le percentuali di successo e di rischio;tipologia dei dispositivi proposti e quelli disponibili, comprese caratteristiche tecniche, durata/usura e necessità/possibilità di re-interventi; dati statistici sulle performance della struttura; l’indicazione che firmare il modulo non costituisce esenzione di responsabilità nell’esecuzione della prestazione.

Hanno contribuito al lavoro: Acoi, Aisc; Apdic, Azienda Usl di Modena, Centro Gestione Rischio Clinico e Sicurezza del Paziente della Regione Toscana, Fand,Federazione delle Società di Psicologia, Federsanita Anci, Fism, Parkinson Italia. Boston scientific ha offerto il proprio sostegno non condizionato all’iniziativa.

16 febbraio 2018

Col paziente il medico deve spiegarsi per bene

Col paziente il medico deve spiegarsi per bene

Col paziente il medico deve spiegarsi per bene

La Corte di Cassazione richiama un elemento fondamentale: la corretta comunicazione nei confronti del paziente. «Il referto scritto non esaurisce il dovere del medico, in quanto rientra negli obblighi di ciascun medico il fornire al paziente tutte le dovute spiegazioni sul suo stato di salute»

di Francesco Barresi

 

Col paziente il medico deve spiegarsi per bene

Il medico non può spiegarsi in medichese con il paziente. Lo spiega la Corte di cassazione, nella sentenza 6688/2018. Tutto nasce da una situazione delicatissima divenuta poi tragedia: una donna, che presentava dei noduli al seno sinistro, fu consigliata da un medico di effettuare un «completamento diagnostico con mammografia e successiva consulenza senologica», poi in una seconda visita di una «valutazione chirurgica ed eventuale prosecuzione diagnostica». Quindi la paziente si recò da un radiologo che però «non ha dato il giusto valore al riscontro di adenopatie ascellari che rappresentano un elemento fortemente suggestivo di neoplasia maligna nella mammella omolaterale», spiegano i giudici, «e che quindi imponeva la prescrizione di un immediato proponimento diagnostico». Il radiologo inoltre «aveva tranquillizzato» la paziente consigliandole un controllo dopo sei mesi, per di più non potendosi qualificare il caso come «un caso clinico di particolare difficoltà». Invero, la donna morì di cancro al seno nel giro di quei sei mesi. Da qui il ricorso dei famigliari. E in sede di giudizio le Ctu disposte evidenziarono la superficialità del medico e «l’erroneità del suo “suggerimento attendista” di un controllo ecografico e mammografico a sei mesi di distanza». Questo perché «una mammografia effettuata quando la malattia mammaria era verosimilmente in una fase iniziale, avrebbe con elevata probabilità logica e scientifica permesso una diagnosi precoce e avrebbe offerto reali possibilità di guarigione o di lungo-sopravvivenza». Ma i porporati del Palazzaccio aggiungono e richiamano un elemento fondamentale: la corretta comunicazione nei confronti del paziente. «Il referto scritto non esaurisce il dovere del medico, in quanto rientra negli obblighi di ciascun medico, come statuito nel codice deontologico, il fornire al paziente tutte le dovute spiegazioni sul suo stato di salute», chiosano i porporati, «tenendo peraltro conto anche delle capacità di comprensione dell’interlocutore», per cui sia per il radiologo che per qualsiasi medico, «il suo lavoro di comunicazione non può e non deve esaurirsi solo tramite quel referto, strumento comunicativo in linguaggio tecnico».

Violenza sulle donne, sospeso lo psicoterapeuta di Mestre scoperto dalle «Iene»

Violenza sulle donne, sospeso lo psicoterapeuta di Mestre scoperto dalle «Iene»

 

Violenza sulle donne, sospeso lo psicoterapeuta scoperto dalle «Iene»

Il dottor Abdulstar Muhammad nel suo ambulatorio a Mestre aveva abusato di una donna che si era rivolta a lui dopo aver subito violenza sessuale

Abdulstar Muhammad (web)
Abdulstar Muhammad (web)

VENEZIA Si intitola «Violenza sulle donne, lo psicoterapeuta abusatore». È un servizio trasmesso dal programma «Le Iene» mercoledì 28 marzo su Italia Uno. Mostra la storia di una donna che, dopo aver subito violenza sessuale del suo patrigno quando aveva sette anni, si rivolge da uno psicoterapeuta, che però abusa di lei. Dell’uomo la trasmissione fornisce le generalità: si tratta di Abdulstar Muhammad, che, sul sito www.medicitalia.it viene qualificato come «medico generico, psicologo, psicoterapeuta». Il suo ufficio si trova a Mestre, in via Milano. Nella scheda che appare quando si digita il nome e il cognome del professionista su Google, alcuni utenti, citando il servizio delle «Iene», lo offendono pesantemente; «Mi fa davvero schifo , lo sa?», scrive una. «Schifoso stupratore! Invece di aiutare approfitti per stuprare le donne!»; «Meriti di essere cancellato dall’albo, non sei degno di indossare il camice».

L’Ulss 3 Serenissima

L’Azienda sanitaria Ulss 3 Serenissima ha inviato per la valutazione del caso e l’eventuale seguito di competenza una nota alla procura della Repubblica e all’Ordine dei medici della provincia di Venezia. Il dottor Abdulstar Muhammad, si legge in una nota dell’Ulss, «non è un medico dipendente della Azienda sanitaria veneziana ma un medico convenzionato per l’attività di medicina generale. L’Azienda ha di conseguenza disposto, immediatamente e cautelativamente, la sospensione della convenzione con il medico stesso. Contemporaneamente, l’Azienda sanitaria ha affidato gli assistiti del dottor Abdulstar Muhammad al locale Distretto sanitario e alla Medicina di gruppo integrata che opera in esso. Quanto all’attività di psicoterapeuta che risulterebbe svolta dal medico in questione, questa esula da qualsiasi incarico affidato dall’Azienda sanitaria, e anche in proposito l’Ulss 3 ha avviato ogni necessaria verifica. L’Azienda sanitaria si riserva, assieme ai propri legali, ogni ulteriore azione che potrà derivare dalle verifiche in corso».

L’Ordine degli psicologi: noi parte lesa

«Il professionista in questione non è iscritto all’Ordine degli psicologi ma all’Ordine dei medici di Treviso con una specializzazione dichiarata in psicoterapia conseguita all’Università Pontificia»: lo precisa l’Ordine degli psicologi del Veneto prendendo posizione «sulla squallida vicenda di abusi sessuali». Se le accuse saranno provate, l’Ordine degli psicologi si considera «parte lesa assieme all’intera categoria degli psicologi. È già in contatto con l’Ordine dei medici e sta valutando qualunque azione legale possa essere intrapresa a tutela di tutti i propri iscritti».

Biosimilari. Il nuovo position paper Aifa: porte aperte all’intercambiabilità con originator, ma ultima decisione spetta comunque al medico

Biosimilari. Il nuovo position paper Aifa: porte aperte all’intercambiabilità con originator, ma ultima decisione spetta comunque al medico

Aceti (Cittadinanzattiva): “Bene centralità decisione clinica del medico”

27 MAR – Il fenomeno del sottotrattamento merita la massima attenzione di tutti e va affrontato con decisione. Tra le azioni da mettere in campo vi è il miglioramento dell’organizzazione dei servizi per le cronicità, l’implementazione di PDTA, ma anche la capacità di cogliere tutte le opportunità che offrono i biosimilari. Sui biosimilari però c’e’ bisogno di un Patto tra tutti gli attori, affinché i risparmi che derivano dall’utilizzo dei biosimilari rimangano realmente nelle disponibilità del SSN e siano finalizzati a garantire maggior accesso ai trattamenti, anche quelli innovativi.

Approfondiremo attentamente nei prossimi giorni il Position Paper dell’AIFA sui farmaci biosimilari, ma ad una prima lettura apprezziamo la centralità che ha voluto riservare alla decisione clinica del medico nella scelta del trattamento, oltre che alla comunicazione e informazione al paziente che è l’ingrediente imprescindibile per un’adesione consapevole alle terapie. Ora la partita è verificare che questi principi diventino effettivi nei territori delle Regioni, permettendo concretamente ai medici di poter esercitare la professione in scienza e coscienza, guardando alla specificità dell’individuo che ha davanti a se, all’interno di una cornice di appropriatezza clinica sostenuta da evidenze e di utilizzo ottimale delle risorse a disposizione.

Tonino Aceti
Coordinatore Nazionale Tribunale per i diritti de malato-Cittadinanzattiva

27 marzo 2018